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SHOTOKAI_LOGOLo shotokai è uno stile le cui tecniche non derivano esclusivamente dall’applicazione della forza. Lo scopo è quello di rendere tutte le tecniche armoniche e prive di contrazioni ma piene di vitalità. L’allenamento tende infatti alla scoperta e allo sviluppo di una propria energia interna, il ”KI”, come raggiungimento di un miglioramento generale delle qualità psicofisiche e di una coordinazione perfetta tra corpo e mente. Il risultato di questo lungo lavoro introspettivo, lo si deve al Maestro Shigeru Egami che dopo la morte di Funakoshi continuò l’evoluzione del karate fino a raggiungere la forma che oggi  viene chiamata “Stile Shotokai”. Nel 1955 quando il M° Egami aveva 40 anni, cominciò il suo insegnamento presso l’università andando alla ricerca di un karate morbido senza eccesso di forza.
Respinse tutte le concezioni e le tecniche che aveva imparato sino ad allora. Appena entrato all’università aveva cominciato seriamente lo studio del karate, si trattava però di una serie di ripetizioni di esercizi fisici, che in un primo momento appagarono il suo desiderio di forza fisica. Questo tipo di allenamento permetteva di rendere lo spirito combattivo e di rafforzare il corpo, ma strada facendo si rese conto che si trattava di una forza fisica superficiale. Nel corso del tempo si era reso conto dei limiti della forza fisica. Chi è debole, diventa forte, chi è forte lo diventa ancora di più, ma nonostante ciò esiste un limite invalicabile nella ricerca della forza umana. Il M° Egami mise in discussione le tecniche fondamentali del karate affermando sostanzialmente due cose. In primo luogo pose in serio dubbio l’efficacia dello “tzuki”.
Durante il sui lunghi  allenamenti, varie volte si era posto il problema  se il suo tzuki fosse o meno efficace. A detta dei contemporanei lo Tzuki del Maestro Egami era “magnifico” come pure lo erano le sue tecniche di calcio. La maggior parte degli allievi prendevano le sue tecniche come Modello. Il suo dubbio però derivava dal fatto che, la maggior parte delle persone, sostenevano l’esistenza di uno “Tzuki” che uccide in un solo colpo in base alla concezione di quello che forse era un  luogo comune del karate  o semplicemente in base a ciò che avevano sentito.

Quando lo “tzuki” risultava efficace, era uno tzuki  diverso da quello che veniva praticato nella tecnica di base (khion) e nel kata. Quindi un karateka finiva per eseguire  “tzuki” diversi a seconda che si trattasse di khionkata kumite.

SHOTOKAI_001Il maestro Egami sosteneva di aver ricevuto colpi da karateka, judoka, pugili  ecc.  arrivando alla conclusione desolante che lo tzuki del karate era il meno efficace. Da dove derivava allora la vera efficacia? Era necessario ripartire da zero allo scopo di ricercare l’efficacia dello “tzuki”. Il maestro Egami sostenne che fino ad allora aveva praticato karate confondendo la durezza con la forza perseverando nell’indurire il corpo credendo di ottenere maggior forza, quando invece indurire il corpo equivaleva a bloccare il movimento. Si decise così a ripartire da zero, rifiutando ciò che sino ad ora credeva di aver imparato, fissandosi come obiettivo quello di arrivare a movimenti spontanei. Con questo approccio scoprì che  i colpi risultavano di una maggiore efficacia.
Il Makiwara era sempre stato considerato uno strumento indispensabile per la pratica del karate. Lo stesso Egami lo aveva per molto tempo considerato come il “compagno” della sua vita, allenandosi con questo strumento  per più di 25 anni. Con il passare del tempo però il suo modo di pensare andò mutando fino ad arrivare alla convinzione dell’inutilità e perfino della nocività di tale strumento. Raccontava di aver incontrato spesso praticanti di questa tradizione, con mani callose, in cui le prime articolazioni risultavano ricoperte da uno spesso strato di pelle simile a quella presente sul tallone. Tutte le volte che gli chiese di verificare l’efficacia dei loro colpi, si rese conto che l’indurimento e la callosità delle mani non portavano ad un aumento rilevante dell’efficacia del colpo stesso. Ciò lo portò a diffidare definitivamente dell’uso del makiwara.
Dopo questa tappa lo stesso Egami si sentì in dovere di continuare sulla strada che aveva aperto. Fu tentato più volte di abbandonare tutto e di deviare da questa via, tante furono le difficoltà. Le riflessioni fatte su tutto ciò che aveva imparato prima di quel momento portarono il maestro ad affermare che era inutile preoccuparsi della velocità, ma occorre domandarsi se lo tzuki sia realmente efficace. Riflettendo su questo tema finì per scoprire un metodo spirituale Shinpo, mediante il quale la forza viene concentrata nella tecnica. La vera forza appare solamente quando il corpo e lo spirito riescono a formare l’unità. L’idea di questa sorta di armonia possono apparire fragili e deboli a coloro che valorizzano soprattutto la forza fisica o al principiante. Sul piano puramente tecnico, il risultato di questa evoluzione si evidenzia con il passaggio dalla durezza alla cedevolezza, dalla dispersione alla concentrazione. 

Tutte le tecniche devono passare attraverso una posizione più naturale dove non si disperdano forze in inutili contrazioni del corpo, ma dove le uniche forze sono concentrate tutte nel colpo.